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Nel 2011 abbiamo pubblicato un report scritto in occasione della MSKE Conference in Portogallo, dal titolo Getting Something Brewing. Era basato sulla ricerca che avevamo portato avanti sul settore della birra artigianale in Scozia e che era focalizzata sulle opportunità per queste piccole imprese di creare valore dall’uso delle tecnologie collaborative e social.

Il nostro argomento principale era che questo settore è fortemente legato al concetto di comunità e, allo stesso tempo, sempre più presente nel mondo digitale. Sviluppando un capitale basato sulla crowd, queste imprese potrebbero migliorare sia in termini di efficienza operatica, aumentando le vendite e il marketing, sia creando qualcosa che potrebbe generare un valore significativo man mano che emergono nuove opportunità nell’era “social”.

Un’area che abbiamo evidenziato in particolare era il ruolo dei social asset nel creare potenziale per il crowdfunding come nuova fonte di finanziamento per i piccoli birrifici.

Le nostre conclusioni, al tempo, evidenziarono che pochissimi dei tanti operatori del settore stavano facendo un buon lavoro in quell’area e, pertanto, stavano perdendo un’opportunità.

Naturalmente Brewdog continua a dimostrare l’arte del possibile e il raggiungimento del target di 4 milioni di sterline per il loro terzo e più recente round di equity crowdfunding,  mi ha portato a riflettere su altre storie di crowdfunding di successo nel settore della birra artigianale.

Nel Regno Unito, Crowdcube è senza dubbio la piattaforma con il successo maggiore. Uno dei round di finanziamento più recenti, a maggio scorso, è quello di  Quantock Brewery. Si tratta di un birrificio a gestione familiare, relativamente piccolo, che puntava a vendere il 40% delle proprie quote per 100.000 sterline. Alla fine, la domanda li ha portati a vendere circa il 48% per 120.000 sterline, investiti da 130 investitori. Le quote in vendita erano solo di tipo A. Inoltre, erano qualificabili per il SEIS (Seed Enterprise Investment Scheme), come tutti i round di crowdfunding al momento.

Ancora più recentemente, questo stesso mese in effetti, la Hop Stuff Brewery, una startup che cercava finanziamenti per costruire un impianto da circa 1200 litri, è riuscita a raccogliere £58.000 dalla vendita del 35% delle sue quote, di tipo A e B, da circa 70 investitori.

Per completare, poco più di un anno fa la Brupond Brewery – un’altra startup focalizzata su birra vegana con il crowdsourcing nel proprio DNA, ha raccolto £35.000 per il 25% delle proprie quote di tipo A. Anche queste erano qualificabili per il SEIS.

Se guardiamo oltre il Regno Unito, il birrificio nord-cileno Cerveza Guayacan ha raccolto circa $135.000 sulla piattaforma di equity Broota, da 48 investitori per un investimento medio di $2.600

Casi di successo con il modello reward-based sono più difficili da trovare, soprattutto perché molte piattaforme vietano che birra, o alcol in generale, venga offerto come reward. Ma i più creativi riescono ad avere successo anche qui. La Grapevine Brewery in Texas è riuscita a raccogliere $61.923 da 201 backers per il proprio birrificio appena avviato. Il progetto era stato pubblicato sulla piattaforma statunitense Fundable e offriva 9 categorie di reward, delle quali la più popolare è stata quella da 250 dollari.  Un fattore che potrebbe aver contribuito al loro successo è la loro promessa di reinvestire il 5% dei profitti trimestrali nella comunità locale, il che avrà senza dubbio sfruttato il potenziale del cosiddetto Locavesting, come direbbe Amy Cortese.

Per andare incontro alla crescente domanda, stiamo osservando anche la nascita di piattaforme settoriali specifiche per questo settore. Per esempio, Crowdbrewed negli Stati Uniti, che sta aspettando per l’implementazione del JOBS Act per lanciarsi anche nell’equity.

Gli asset crowd-based di un birrificio offrono molte modalità per creare valore ma è chiaro che il crowdfunding stia diventando uno dei più importanti, come avevamo previsto.

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